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Aprile 2019

Pensione, non c'è solo quota 100

Matteo Prioschi, giornalista de Il Sole 24 Ore

Oltre a quanto previsto dalla nuova legge ci sono altri modi per lasciare il lavoro potendo contare su un “reddito ponte”. Ecco chi può accedere.
Quest’anno in pensione si va a 67 anni di età. Sulla carta è così, perché questo è il requisito anagrafico richiesto per accedere al trattamento di vecchiaia. In realtà, anche per effetto delle novità introdotte con il “decretone” previdenza-reddito di cittadinanza di inizio anno, ci sono diverse altre possibilità per andare in pensione o comunque di lasciare il lavoro potendo contare su un “reddito ponte”. Un quadro articolato, per alcuni aspetti anche complesso perché il governo attuale da una parte per molti tipi di pensionamento ha mantenuto invariati i requisiti dell’anno scorso, ma dall’altra ha reintrodotto le “finestre”. Una babele, che però permette di uscire dall’azienda anche prima dei 60 anni.
 
Queste finestre sono un arco di tempo che deve trascorrere dal momento in cui si matura il diritto alla pensione e quello in cui viene effettivamente pagato il primo assegno. In tale periodo il futuro pensionato può continuare a lavorare oppure smettere, rimanendo senza stipendio e senza pensione. Nei fatti, la maggior parte delle persone prosegue l’attività. Per quanto riguarda i requisiti, invece, le regole del nostro sistema previdenziale stabiliscono che ogni due anni devono essere adeguati alla variazione della speranza di vita. Cioè se si prevede di vivere più a lungo, l’inizio della pensione viene posticipato. Tale adeguamento nel 2019 avrebbe dovuto comportare un innalzamento di cinque mesi dei requisiti rispetto al 2018. Incremento che nei fatti si è applicato solo alla pensione di vecchiaia. Dunque, con quest’ultima i lavoratori vanno in pensione a 67 anni di età e almeno 20 di contributi. Ma subito c’è un’eccezione, introdotta quest’anno. Determinate categorie di lavoratori possono accedere alla pensione di vecchiaia a 66 anni e 7 mesi di età (come l’anno scorso) e almeno 30 anni di contributi. Si tratta di quelle persone che hanno svolto per almeno 7 degli ultimi 10 anni mansioni ritenute gravose, oppure chi ha svolto quelle “usuranti” nel corso della vita.
 
Box le mansioni che danno diritto allo “sconto”
Le mansioni gravose riguardano:
  • operai dell’industria estrattiva, dell’edilizia e della manutenzione degli edifici;
  • conduttori di gru o di macchinari mobili per la perforazione nelle costruzioni;
  • conciatori di pelli e pellicce;
  • conduttori di treni e personale viaggiante;
  • autisti di mezzi pesanti e camion;
  • addetti alle professioni infermieristiche e ostetriche ospedaliere; organizzate in turni;
  • persone che assistono individui non autosufficienti;
  • insegnanti degli asili e asili nido;
  • facchini, addetti allo spostamento delle merci e lavori assimilati;
  • personale non qualificato addetto ai servizi di pulizia;
  • operatori ecologici e altri raccoglitori e separatori di rifiuti;
  • operai dell’agricoltura, della zootecnica e della pesca;
  • pescatori in acque interne, in alto mare e costiera dipendenti o soci di cooperative;
  • lavoratori del settore siderurgico di prima e seconda fusione;
  • lavoratori del vetro addetti a mansioni ad alte temperature;
  • marittimi imbarcati e personale viaggiante per mare e acque interne
 
Le attività usuranti sono quelle di chi ha lavorato di notte per almeno 78 giornate all’anno, chi è addetto alla catena di montaggio, gli autisti di bus del servizio pubblico, e inoltre chi è impiegato in lavori ad alte temperature, in spazi ristretti, sott’acqua oppure in galleria, cava o miniera e chi ha effettuato bonifiche dall’amianto.
 
Scendendo con l’età a 66 anni c’è l’uscita per chi raggiunge la pensione di vecchiaia con il meccanismo della totalizzazione, che consente di “sommare” i contributi versati in gestioni previdenziali diverse, magari perché nella vita si è cambiato più volte lavoro. Attenzione, però, perché in questo caso si applica una finestra di ben 18 mesi e quindi nei fatti la pensione viene pagata a 67 anni e 6 mesi di età, periodo in cui il diretto interessato potrebbe rimanere in azienda.
 
A 63 anni e 7 mesi si può smettere di lavorare non per andare subito in pensione, ma per accedere all’Ape volontario o a quello aziendale. Uno scivolo pagato dal futuro pensionato con l’eventuale contributo aggiuntivo del datore di lavoro (nel caso dell’Ape aziendale) che si può estendere fino a 43 mesi prima della pensione di vecchiaia. In tale periodo viene erogato una sorta di anticipo della pensione (di importo al massimo pari al 90% della stessa) e che poi dovrà essere restituito con un piano di ammortamento ventennale e rate trattenute sulla pensione. Il peso delle rate può essere compensato in tutto o in parte da contributi aggiuntivi versati dall’azienda che vanno ad aumentare l’importo dell’assegno previdenziale.
 
A 63 anni chi ha svolto per almeno 7 degli ultimi 10 anni o almeno 6 degli ultimi 7 una delle attività “gravose” viste prima, e ha almeno 36 anni di contributi può accedere all’Ape sociale, che è un ammortizzatore sociale di importo massimo pari a 1.500 euro lordi mensili interamente a carico dello Stato, con cui le persone vengono accompagnate alla pensione di vecchiaia. Sempre per quanto riguarda lavoratori attivi, l’Ape sociale è accessibile anche da chi ha sempre 63 anni di età, 30 di contributi e si prende cura di un familiare disabile grave.
 
Con almeno 62 anni di età e 38 di contributi, invece, si accede alla pensione in quota 100. I due requisiti devono essere entrambi soddisfatti e non si può arrivare a 100 con combinazioni per esempio di 61 e 39 o 63 e 37. Nel caso di lavoratori dipendenti del settore privato, inoltre, si applica, come già accennato, la finestra di 3 mesi, quindi la pensione di fatto viene erogata a partire da almeno 62 anni e 3 mesi di età o comunque da quando si sono raggiunti i 38 anni di contributi. Per esempio, se una persona deve attendere i 64 anni per arrivare a 38 di contributi, la pensione scatta sempre tre mesi dopo la maturazione di entrambi i requisiti.
Abbinata a quota 100, però, c’è anche la possibilità di ricorrere all’assegno straordinario erogato dai fondi di solidarietà bilaterali se attivi nel relativo settore di attività. Si tratta di uno scivolo che consente di far uscire dall’azienda i lavoratori che matureranno la quota entro il 2021, garantendo loro nel frattempo un assegno mensile pari alla pensione maturata e versando a loro favore i contributi nel periodo di fruizione dello scivolo. Questa soluzione richiede però la sottoscrizione di un accordo sindacale che preveda un determinato numero di nuove assunzioni a fronte delle uscite dei dipendenti più anziani.
 
A partire dai 61 anni e 7 mesi di età, invece, c’è l’accesso alla pensione con il meccanismo delle quote per chi ha svolto attività usuranti (quelle elencate in precedenza). In questo caso la quota minima da raggiungere è pari a 97,6 con il requisito di età e almeno 35 di contributi. L’attività usurante deve essere stata svolta per almeno 7 degli ultimi 10 anni, oppure per almeno metà della vita lavorativa.
 
Le donne che hanno compiuto i 58 anni nel 2018 (59 anni se hanno svolto anche attività come lavoratrici autonome) e sempre entro l’anno scorso hanno maturato almeno 35 anni di contributi, possono andare in pensione con “opzione donna”, una via d’uscita che però comporta il calcolo dell’assegno con il sistema contributivo e una conseguente riduzione dell’importo oscillante tra il 20 e il 40% rispetto a quello che si conseguirebbe a 65 anni e 42 di contributi, quando potrebbero accedere alla pensione anticipata.
 
Quest’ultima viene raggiunta dalle donne, nel 2019, con 41 anni e 10 mesi di contributi, mentre agli uomini è richiesto un anno in più. Ma indipendentemente dall’età. Quindi se si ha in azienda una persona che ha iniziato a lavorare in giovane età, il pensionamento può arrivare anche intorno ai 60 anni.
 
Inoltre, se il lavoro è stato svolto per almeno 12 mesi prima di compiere i 19 anni di età, si è considerati lavoratori “precoci” e si può accedere alla pensione con 41 anni di contributi. Ma si deve anche aver svolto una delle attività gravose o usuranti già viste, oppure prendersi cura di un familiare con grave disabilità. Sia alla pensione anticipata che a quella per precoci si applica una finestra di 3 mesi.
 
Infine, c’è l’isopensione, lo scivolo più lungo che permette di far uscire dall’azienda e accompagnare alla pensione i dipendenti fino a 7 anni prima di maturare i requisiti per la pensione di vecchiaia o anticipata. Dunque, già a 60 anni o magari prima nel caso dell’anticipata. Però è una soluzione a disposizione solo delle imprese con più di 15 addetti, comporta un accordo sindacale, ed è molto onerosa per le aziende.





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