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Aprile 2017

Smart manufacturing, la digitalizzazione delle imprese è una corsa a ostacoli

di Dino Collazzo

Indispensabile per continuare ad avere un business ma con una crescita ancora troppo lenta. L’innovazione digitale delle aziende italiane viaggia a ritmi compassati e colloca l’Italia al diciannovesimo posto tra i paesi Ue. Bene il comparto automotive dove però a tirare la volata sono solo le grandi aziende.
Indispensabile ma con investimenti al lumicino. L’innovazione digitale nelle imprese italiane pur registrando buoni segnali di crescita, viaggia ancora a ritmi bassi. Mostrando un elevato gap rispetto ai paesi europei più avanzati. E collocandosi, come performance in questo campo, al diciannovesimo posto (24,7%), secondo l’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (Desi), tra i membri della Ue. Tolte le aziende più strutturate e di grandi dimensioni, per le quali è ineludibile investire in tecnologia, la miriade di pmi di cui si compone il tessuto industriale si muove in ordine sparso. Dividendosi tra chi prova ad allungare il passo e chi invece continua a tergiversare, complice in alcuni casi anche i non smaltiti effetti della crisi economica. In media le pmi destinano solo l’1% del proprio fatturato in Ict (Rapporto Assiteca). Un ritardo che, con la quarta rivoluzione industriale in atto, può costare caro sia in termini di business che in chiave occupazionale. Specie nel momento in cui il mercato riprenderà a correre a ritmi più sostenuti. E chi dovesse farsi trovare impreparato sarà costretto a fare i conti con una selezione competitiva più agguerrita. La mancanza d’innovazioni di processo e l’assenza di un’adeguata formazione dei propri lavoratori, sui temi e gli strumenti della “smart manufacturing”, rischia di incidere negativamente sull’efficienza del sistema e la qualità dei prodotti. Con il risultato di concorrere con player più capaci e in grado di erodere in poco tempo rilevanti quote di mercato.

Lo smart manufacturing nelle imprese
Analizzando più attentamente la situazione nostrana, si nota però che una certa dinamicità inizia a farsi strada all’interno delle imprese. Da un po’ di tempo, quasi un terzo di loro ha avviato diversi progetti innovativi sfruttando tecnologie digitali come: l’industrial internet of things, l’industrial analytics, il cloud manufacturing, l’advanced automation, l’advanced human machine interface e l’additive manufacturing. Un primo riscontro che se affiancato agli incentivi messi in campo con Industria 4.0 per la “digital transformation” pone le basi da cui partire per colmare il divario con i paesi europei più avanzati. Stando ai dati del rapporto Assiteca, realizzato dall’Osservatorio digital innovation della School of management del Politecnico di Milano, per il 40% delle aziende italiane (su un campione rappresentativo di 237 imprese) la digitalizzazione è il presupposto per migliorare efficacia ed efficienza dei processi. Il 37%, invece, la considera un fattore imprescindibile per il proprio business, per il 18% serve a non perdere competitività mentre solo il 5% non la ritiene prioritaria. Il sentire comune è dunque quello di accelerare in questa direzione destinando più fondi a ricerca e sviluppo, innovazione e uso di tecnologie. Per quanto riguarda il mercato dello smart manufacturing in Italia nel 2015 il valore generato è stato di 1,2 miliardi di euro. Rappresentando poco meno del 10% del totale degli investimenti industriali complessivi (10-12 miliardi di euro). A trainare questo mercato sono state per lo più le grandi aziende dell’industria dei macchinari e quella dell’automotive.

Il comparto automotive
Proprio quest’ultimo settore insieme con la sua lunga filiera, fatta di componentisti, distributori e ricambisti, è chiamato a giocare un ruolo da protagonista. Visti i cambiamenti che stanno interessando l’automobile – connected car, auto a guida autonoma, intelligenza artificiale e diagnosi predittiva – ma più in generale la mobilità. Accelerare in questa direzione vuol dire: investire in macchinari che sfruttano l’internet delle cose per svecchiare impianti datati, migliorare le attività operative di produzione e logistica attraverso servizi “cloud”, utlizzare software per elaborare grandi quantità di dati, efficientare la gestione della catena di distribuzione, acquistare strumentazioni innovative per le officine e avere una vetrina e-commerce. Tutti elementi ai quali vanno poi affiancate persone con competenze e conoscenze specifiche. Se si osservano i dati sulla digitalizzazione delle imprese della filiera aftermarket, si nota però che la strada da percorrere è ancora molto lunga. E questo sia dal punto di vista strutturale che lavorativo. Infatti, l’81,6% delle oltre 166 mila aziende del settore (dati Istat su commercio all’ingrosso, al dettaglio e riparazione di veicoli) ha un livello d’innovazione digitale che oscilla tra il basso e molto basso. Solo il 17,4% si colloca in una posizione alta mentre l’1% è rappresentato dai player più competitivi. Un dato che fa il paio con una scarsa formazione nelle competenze Ict. Lo scorso anno solo l’11,3% delle aziende ha organizzato dei corsi per i propri dipendenti, mentre il 4,3% ha assunto o provato ad assumere personale con competenze specifiche in questo campo. Troppo poco, se si pensa a quanto rapidamente stia crescendo il livello di competizione e selezione tra i diversi attori del mercato. Rimanere agganciati al treno della quarta rivoluzione industriale vuol dire dunque rischiare un po’ dei propri utili per avere ancora un business tra qualche anno.





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